Cotone
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Fashion e sostenibilità: non si può più aspettare

Il settore della moda è uno dei più inquinanti al mondo. Alle differenti normative presenti bisogna rispondere con produzioni certificate. Ma il costo è alto. Servono politiche di sostegno, come ci spiega Giuseppe Parma general manager di Future Lab

Se c’è un settore sotto l’occhio del ciclone per il tema della sostenibilità è quello del fashion. È considerato uno dei più inquinanti al mondo soprattutto nell’ambito del fast fashion. Secondo recenti dati del Retail Institute Italy è responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio (più di tutti i voli internazionali al mondo), a cui si aggiunge il fatto che il 20% dell’inquinamento idrico viene dal lavaggio delle fibre sintetiche e il 35% delle microplastiche deriva dal lavaggio di tessuti.

Eppure, stenta a decollare una politica di incentivi volta all’attuazione di una forma di economia circolare che inizi a ridurre questo impatto ambientale. Ne parliamo con Giuseppe Parma, general manager della società di consulenza Future Lab con un focus specializzato sul fashion.

L’INDUSTRIA A LIVELLO GLOBALE HA PRESO CONSAPEVOLEZZA DI TUTTO QUESTO OPPURE NO?
Non parlerei di “industria globale”. È troppa la disparità dei sistemi Paese in termini economici, normativi e di sensibilità sul problema. Non dimentichiamo gli effetti ambientali e sociali connessi alla massiccia delocalizzazione degli ultimi decenni delle attività produttive più inquinanti in Paesi in via di sviluppo (o che erano tali), una delocalizzazione aiutata dai minori costi della manodopera e da normative ambientali meno stringenti rispetto a quelle che noi conosciamo.
C’è poi un ulteriore aspetto legato al contesto di una economia globale che presenta fasi di lavorazione spesso frammentate in più stati e che rende difficile una valutazione unitaria e generica nei suoi vari passaggi.

QUINDI È IMPOSSIBILE PARLARE DI UN INTERVENTO DI SISTEMA?
Il ciclo produttivo del settore fashion spesso prevede la produzione di una fibra in uno Stato, la sua tessitura in un altro, la stampa in un altro ancora. La fase di confezionamento può avvenire in un Paese ancora diverso. Ma non è finita, perché un singolo capo può essere arricchito con accessori provenienti da altri luoghi ancora. Questo significa incontrare normative e sensibilità governative ambientali diverse.

E ALLORA COSA È NECESSARIO FARE?
Focalizzarsi sulle specifiche aziende e lavorare nella direzione necessaria a rendere le loro singole produzioni sostenibili.

MA QUESTO SARÀ PIÙ FACILE NEI PAESI DOVE C’È GIÀ UNA MAGGIORE SENSIBILITÀ SUL TEMA, PER ESEMPIO QUELLI OCCIDENALI…
Non sarei così sicuro nel dire che in occidente ci sia necessariamente una maggiore sensibilità. Molti gruppi continuano ad utilizzare prevalentemente o esclusivamente tessuti provenienti da coltivazioni non sostenibili con tinture che fanno massicciamente ricorso a sostanze chimiche fortemente inquinanti.

ALLORA CERCHIAMO DI CAPIRE MEGLIO: COSA SIGNIFICA CERCARE LA SOSTENIBILITÀ NEL FASHION?
Vuol dire concentrarsi da subito su lavorazioni meno impattanti per l’ambiente, a partire dalla produzione di tessuti più sostenibili e investire in queste lavorazioni che costano di più anche perché dipendono da fattori più incerti come la resa della coltivazione, se per esempio parliamo di fibre naturali. Rispetto alle fibre a base di petrolio è tutto un altro tipo di scommessa.

CI FA CAPIRE BENE LA DIFFEREZA?
Prendiamo ad esempio il cotone. La coltivazione di quello tradizionale richiede l’utilizzo di migliaia di tonnellate di sostanze chimiche tra pesticidi e fertilizzanti, con enormi quantità d’acqua. La sua impronta idrica media è di circa 10.000 litri per chilogrammo ma può variare in base all’ambiente: in Cina sono circa 6.000 litri per kg e in India circa 22.500 litri. Semplificando, secondo i dati di Waterfootprint, servono 2.700 litri di acqua solo per fare una t-shirt.
Il cotone biologico si stima che riduca del 91% l’utilizzo di acqua e del 62% i consumi di energia primaria.

E SU QUESTO FRONT I BRAND DELLA MODA SI STANNO ATTIVANDO?
Si nota una forte dinamicità sulla ricerca di nuovi materiali e su nuove sperimentazioni di tessuti. I nuovi materiali green per il settore lusso costituiscono un focus di ricerca decisiva. Sono un esempio la pelle vegana o di origine vegetale oppure fibre contenenti viscosa e cellulosa provenienti da foreste sostenibili o poliuretano bio-based proveniente da fonti rinnovabili. Ma anche nuovi materiali sostitutivi al cashmere, lana, seta, pelle o altri di origine animale, tutti rigorosamente biodegradabili. Quello che serve sono importanti investimenti, la volontà di essere sempre meno dipendenti dalle produzioni d’oltreoceano, una produzione accompagnata da una certificazione di sostenibilità etica e ambientale.

TUTTO QUESTO PERÒ HA UN COSTO…
Sì, e anche molto elevato. Se assorbito completamente dalle imprese ne riduce drasticamente i margini. Il rischio è che può tradursi in un ulteriore costo scaricato sul consumatore finale già gravato dai pesanti rincari correnti.

E QUINDI COSA FARE PER AFFRONTARE IL TEMA DEL MODO PIÙ VELOCE ED EFFICACE POSSIBILE?
La sostenibilità va portata avanti perché non è più procrastinabile, ma per essere credibile va sostenuta e affiancata dalle istituzioni con i necessari sostegni finanziari al sistema e sarà tanto più forte ed incisiva quanto più sarà diffusa.
Del resto, se le aziende di moda non sono aiutate e incentivate ad un maggiore utilizzo di tessuti più sostenibili, ad esempio le fibre vegetali, le coltivazioni non cambieranno e non si creerà mai una seria economia circolare di sostenibilità ambientale. Se non si stimoleranno cambiamenti diretti o indiretti su tutta la filiera difficilmente si modificherà lo status quo.

MA IL CONSUMATORE SARÀ SENSIBILE A QUESTO CAMBIAMENTO?
Seguendo la logica value for money sarà più incentivato all’acquisto di un prodotto che ne certifichi la sostenibilità. Per questo diventerà necessariamente strategica anche per le aziende stesse.

 

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